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Ciao.

Io sono Arianna e vi do il benvenuto nel mio blog. 

Fashion Revolution Week. Che cos’è e perché è importante partecipare.

Fashion Revolution Week. Che cos’è e perché è importante partecipare.

Ho scoperto il movimento della Fashion Revolution Week meno di un anno fa, dopo aver visto il documentario su Netflix, The True Cost. Se uno di questi giorni avete tempo guardatelo, perché ci spiega molto bene l’impatto che l’industria tessile, o meglio il fast fashion, ha sul nostro pianeta non solo a livello ambientale ma anche sociale ed economico.

La Fashion Revolution Week nasce proprio da un evento raccontato in questo documentario che è collasso di Rana Plaza, un edificio in Bangladesh nel quale venivano prodotti gran parte dei capi fast fashion di grand brand mondiali. Circa 1200 persone morirono nella strage e 2500 restarono ferite.

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Questo movimento cerca di recuperare l’importanza di essere consapevoli, una parola che ritorna spesso in questo blog, di chi produce i nostri capi e in quali condizioni.

L’industria del Fast Fashion ha un impatto gigantesco sul nostro ambiente e sulla nostra situazione economica. Cerco di riassumere alcuni punti in questo articolo, ma il documentario The True Cost riesce veramente a darvi una visione a 360° di quello che sta accadendo.

 

Il Fast Fashion è così chiamato perché ha velocizzato i tempi di produzione e messa sul mercato dei prodotti rispetto alla moda tradizionale. Mentre prima si avevano 2 collezioni, primavera-estate e autunno-inverno, ora si anno tante mini collezioni messe sul mercato ogni stagione. Il susseguirsi veloce di nuove release porta nel consumatore il desiderio, e forse quasi il bisogno, di comprare indumenti nuovi ogni due/tre settimane. Anche se il costo di questi prodotti è “basso”, la spesa finale che noi sosteniamo annualmente per l’acquisto periodico di indumenti è incredibile, e spesso al di fuori delle nostre capacità. Il fast fashion ci fa sentire ricchi perché ci permette di acquistare 3, 4, 5 indumenti alla volta, ma in realtà ci impoverisce sempre di più perché ci invoglia ad acquistare più del dovuto e in modo continuativo.

Abbiamo appena vissuto la giornata mondiale dedicata alla madre terra, quindi prendiamoci un minuto per capire dove vanno a finire tutti gli indumenti che acquistiamo. Oltre all’impatto ambientale nel realizzare capi di bassa qualità, cosa che coinvolge la coltivazione di cotone con l’utilizzo di sostanze chimiche che poi vengono messe a diretto contatto con la nostra pelle, dobbiamo anche pensare all’impatto che tutti i nostri scarti hanno sull’ambiente. Quanti capi diamo in beneficienza ogni cambio stagione? Quanti ne buttiamo via? Tutti questi capi scompaiono dalle nostre vite ma restano presenti nel mondo. Molti verranno letteralmente scaricati in massa nei paesi del terzo mondo e andranno ad inquinare le coste e i mari. Perché nessuno ha bisogno di così tanti vestiti.

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L’ultimo punto che voglio menzionare, è quello più fortemente comunicato dalla Fashion Revolution Week, e riguarda i diritti dei lavoratori. Con l’abbassamento dei costi del Fast Fashion si abbassano anche i costi di produzione. Materiali e mano d’opera devono necessariamente costare meno per evitare che l’azienda produttrice perda i suoi margini di profitto. Questo implica che chi cuce i nostri acquisti fast fashion sia sottopagato e che lavori, come nell’esempio di Rana Plaza, in una struttura non a norma. Nelle discussioni che escono fuori su questo discorso spesso mi sento dire: “Si ma per quesi paesi anche pochi soldi sono importanti. Si ma almeno hanno un lavoro”. È vero che in Bangladesh, come in India e altri paesi, il costo della vita è più basso rispetto al nostro ma questo non ci autorizza a non retribuire adeguatamente un lavoro che è stato fatto. Questo non ci autorizza a giocare al ribasso facendo leva sul fatto che loro hanno necessità di lavorare. Nel 2014, sempre in Bangladesh, i lavoratori hanno protestato per alzare il salario minimo da 38 dollari americani al mese a 100. Ci sono molte aziende, come People Tree, che utilizzano la mano d’opera di questi paesi, ma ne rispetta i diritti offrendo uno stipendio più adeguato al mantenimento del lavoratore e della sua famiglia, e assicurandone la sicurezza.

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È importante che si generi più consapevolezza su questo argomento ed è per questo che questa settimana cercherò di portarvi vari argomenti e contenuti su questo tema.

Io ho fatto la scelta, dopo aver finito di guardare il documentario sopra citato, che avrei cercato di non acquistare più nulla dalle catene di fast fashion. Il Fair Fashion, costa di più perché costa di più produrre un prodotto ecosostenibile e rispettando i diritti dei lavoratori. Sono soldi che spendiamo per rispettare il nostro pianeta e l’umanità. È un voto. Non sempre però possiamo permetterci di spendere una certa cifra su di un capo. In quel caso vi chiedo di rivedere il vostro guardaroba e le vostre priorità. Ne parlerò più approfonditamente in un video questa settimana (se volte essere notificati iscrivetevi al mio canale YouTube).

 

Spero di avervi suscitato un po’ di interesse per questo argomento. Se avete domande lasciatemi pure un commento o scrivetemi su Instagram @ari_bama.

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